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  • roncagliaenrico58

CATENE

Aggiornamento: 10 mar

Credevo che fossero scomparse; invece, no. Me le ritrovo su facebook più vive che mai a distanza di più di cinquant'anni. Risale, infatti, alla seconda metà degli anni '60 la vicenda che sto per raccontare.

Avevamo trascorso tutto il pomeriggio a fare i compiti e a giocare. Roberto stava per montare in sella alla bicicletta, quando si ricordò di un fatto curioso, capitato la mattina stessa: i suoi genitori avevano trovato una busta con un biglietto anonimo, infilata nella cassetta delle lettere.

«Cosa c’era scritto?»

«Una preghiera, una preghiera a S. Antonio. Ma ciò che è strano è il seguito».  

«Cioè?”

«Bisogna recitare 13 Pater Ave Gloria a S. Antonio per 13 giorni, e fin qui … Poi, entro 13 giorni dovremmo inviare 13 copie a 13 indirizzi… Tutto questo per ottenere 13 grazie, altrimenti sono 13 disgrazie, assicurate.» 

«Tu ci credi?» Feci io, sorpreso.

«Non so... Mia madre non ne farà nulla, penso... ma quelle minacce… le disgrazie…»

Il giorno seguente, a scuola, furono almeno una decina le mani alzate di quelli che avevano ricevuto copia del biglietto. La maestra Giacobazzi disse che si trattava della tipica catena di S. Antonio. Io non ne avevo mai sentito parlare prima di allora, e come me anche altri. «Ca-te-na di Sant’-An-to-nio» ripetevano alcuni, sillabando le parole, e lo stupore si leggeva negli sguardi di tutti. La maestra ci parlò della differenza tra religione e superstizione. «Quel genere di catene - disse - anche se contengono preghiere e invitano a pregare i Santi, tuttavia sono superstiziose». Avremmo dovuto capirlo dalle minacce assurde e da quel numero ripetuto ossessivamente: non era il modo di agire del Signore. Conclusione: dovevamo vincere il timore e spezzarle. Disse proprio così: “spezzarle”; stracciare i biglietti, insomma. All’incirca dello stesso tenore, con l’aggiunta di qualche aneddoto, fu l’intervento di Suor Ardenghi, il sabato successivo, a catechismo. Persino l’arciprete ne parlò la domenica mattina, alla Messa cantata. Evidentemente, la vicenda, inedita per il nostro paese, aveva interessato un certo numero di famiglie e si prevedeva un’ulteriore espansione. Un oscuro timore serpeggiava tra la gente, non abituata a simili sfide. Il terreno in cui prosperano le “catene” è fatto di paura e ignoranza, di superstizione e mentalità magica. È proprio della mentalità magica ricercare formule e riti che permettano di manipolare il futuro a proprio vantaggio. Il che è esattamente il contrario della fede. Le “catene” hanno prosperato e continuano a prosperare, nonostante il mutare dei tempi e delle circostanze. L’unica differenza è che, mentre una volta ci si doveva sobbarcare la spesa dei francobolli e delle buste, oggi basta un clic; non è neppure necessario uscire di casa per la spedizione.

La vicenda, che prese di sorpresa un’intera comunità, dimostra che tutto sommato la Parrocchia e la scuola negli anni ’60 apparivano ancora come una cittadella, unita e compatta, in grado di dispiegare ogni risorsa per un corretto discernimento delle novità.

Così, pochi anni dopo, quando ci fu un ulteriore tentativo, questa volta da parte di una catena di S. Rita, fissata sul 9, la cosa ebbe vita brevissima e trovò una pronta e corale alzata di spalle.

Se è abbastanza facile capire la mentalità di coloro che si lasciano coinvolgere e diventano anelli della catena, ci chiediamo qual è, invece, l’intento di coloro che stanno all’origine. Per quale motivo qualcuno, nascosto dall’anonimato, decide di avviare una catena? Abbozzo qui, a titolo d’esempio, quattro probabili motivi:

1)      Semplice divertimento: la soddisfazione che si prova nel constatare di essere in grado di influenzare il comportamento degli altri.

2)      Alcune catene sono delle autentiche truffe in denaro. Nel messaggio viene illustrato un sistema finanziario secondo il quale, offrendo a un certo numero di indirizzi una cifra modica, infallibilmente, per una fantomatica legge della distribuzione, al termine della catena, dopo una serie di passaggi, ci si troverebbe con il capitale moltiplicato. Hai visto mai…

3)      Il motivo potrebbe essere persino “religioso”. Alcuni messaggi attribuiscono indebitamente a Dio l’origine di tecniche di preghiera con relativi premi e castighi, pur di garantirne il successo. Questa è una strumentalizzazione oltraggiosa. Nessuno ha il diritto di mettere in bocca a Dio il frutto del proprio pensiero, fosse anche per una causa, ritenuta giusta.

4)      Influenzare l’opinione pubblica. Ecco due esempi in cui i messaggi tendono a condizionare il modo di pensare di una popolazione:

Nell’ideare l’invasione dell’Italia da parte degli Alleati, a fine inverno 1943, qualche ufficiale dei servizi segreti statunitensi, l’OSS (Office of Strategic Services), propose di inviare false catene di sant’Antonio agli italiani, ritenute una possibile, potente arma psicologica, per contribuire alla rovina definitiva della dittatura. Queste lettere dovevano veicolare l’idea pacifista e disfattista della cessazione immediata e assoluta del ricorso alle armi. Ne dà prova un documento d’archivio statunitense, ma non sappiamo se l’operazione sia stata messa in atto in qualche forma.

La seconda è più recente. Lorenzo Bocchi, corrispondente del Corriere della Sera da Parigi, il 19 novembre 1965 spiega che in vista delle elezioni presidenziali francesi del 5 dicembre, un non meglio precisato “Sindacato di donne golliste” aveva fatto pervenire a un gran numero di elettrìci una “catena dell’avvenire” che chiedeva di votare per il generale De Gaulle per consentirgli un secondo mandato, e di trasmettere la lettera ad altre cinque persone. Interrompendo la catena, numerose “disgrazie” si sarebbero abbattute sul Paese.

Per queste ultime notizie storiche mi sono avvalso dell’articolo di F. Giuganino e G. Stilo Come le catene di S. Antonio conquistarono l’Italia (https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=279220). Nello stesso articolo troverete molte altre notizie interessanti, come quelle che riguardano le meno famose “lettere dal Cielo”, che sembrano essere all’origine del fenomeno. Floriana Giuganino e Giuseppe Stilo sono due ricercatori filologi che hanno esaminato molti documenti, al fine di tratteggiare le caratteristiche di quello che potrebbe essere definito un vero e proprio genere letterario.

 

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