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  • roncagliaenrico58

“MENO MESSA, PIÙ MESSA” E ALTRE AMENITÀ

Premetto che il mio sacerdozio è nato ed è cresciuto nella convinzione che la messa di Pio V fosse stata sepolta per sempre con il Messale del 1969. Non ero per nulla al corrente del movimento di resistenza che si sviluppò in antitesi alla riforma. Conoscevo soltanto il caso “Lefebvre” e ciò bastava per rafforzare l’idea che il Vetus Ordo non era più permesso.

Le prime perplessità sul valore della Nuova Messa emersero negli anni successivi alla mia Ordinazione, quando dovetti calare nella pratica quotidiana le teorie della riforma liturgica.

 

Una delle cose che mi lasciavano maggiormente perplesso era la mania di cambiare parole e intere frasi del nuovo Messale. Quello che mi faceva sorridere era il fatto che i celebranti ricorrevano perlopiù a sinonimi o a parafrasi; perciò, che senso aveva improvvisarsi in questa sorta di esercizio creativo, se il testo ufficiale era sostanzialmente corretto? Non solo le parole, ma anche i riti venivano arbitrariamente cambiati; si pensi al rito offertoriale, forse quello più strapazzato con interpretazioni coreografiche fantasiose. Questo atteggiamento, oggi generalizzato e portato alle estreme conseguenze, mi sembrava, già allora, assurdo e, soprattutto, poco rispettoso. Vi scorgevo una certa superficialità nel trattare le cose sacre, se non proprio, in alcuni casi, puro esibizionismo. Nonostante i richiami delle autorità, la creatività e l’improvvisazione arbitraria dilagarono, senza più trovare argini sul loro cammino. Oggi si può veramente vedere di tutto. Per esempio, troviamo sacerdoti e persino vescovi che non si accontentano più di sinonimi e parafrasi; vanno oltre: tagliano parole e frasi sgradite (sic!) e ne appiccicano altre a piacimento. D’altronde, non dobbiamo stupirci: il Novus Ordo è il risultato di decenni di sperimentazioni condotte nel segreto di abbazie e conventi. Tale sperimentazione non si arrestò di certo con la promulgazione del nuovo Messale, anzi divenne ancora più spregiudicata, uscendo con disinvoltura dalla riservatezza dei chiostri per invadere tutti gli ambiti della Chiesa. La creatività arbitraria, dunque, è all’origine ed è insita nella stessa mentalità che ha prodotto e che mantiene in vita il Novus Ordo: è parte del suo DNA. Prevedo che sarà anche la sua fine, perché lo porterà alla progressiva frammentazione in miriadi di varianti, fino alla sua completa dissoluzione, se non viene abbandonato prima per la carenza di solide motivazioni.

 

Nella formazione sacerdotale era frequente la raccomandazione a tenere desta l’attenzione dell’assemblea, a rendere comprensibile e coinvolgente tutta la celebrazione. In una parola, il celebrante avrebbe dovuto favorire la partecipazione attiva dei fedeli. Il nuovo rito, dunque, ci venne consegnato come un pacchetto carico di aspettative didattico-pastorali.  Come comunicare, come coinvolgere, erano le richieste che venivano rivolte alla Liturgia. Si trattava di una vera e propria ossessione, al punto che nella mentalità comune dei giovani sacerdoti una Messa che fosse priva di un efficace impatto pastorale quasi non avrebbe avuto valore in se stessa. Figuriamoci quale valore poteva essere attribuito alle Messe senza il popolo, o con la partecipazione di poche persone, magari anziane e mezze sorde.

Uno degli slogan più diffusi, infatti, era “Meno Messa più Messa”. Il significato è che non valeva la pena disperdere energie in celebrazioni di scarso valore (!); piuttosto sarebbe stato meglio diminuirne il numero e renderle pastoralmente più efficaci.

Qualcuno ricorderà anche l’espressione, per me irritante, “animazione della Messa”; “animatori” venivano chiamati coloro che svolgevano qualche servizio nelle liturgie. L’idea che sottostava a questo linguaggio era la seguente: la Messa è una specie di cadavere inanimato, il quale prende vita solo quando intorno c’è movimento di persone che fanno, che fanno qualsiasi cosa. Ma se l’anima della Messa è Cristo, più vivo che mai nel suo atto di offrirsi al Padre, che bisogno c’era di animarla? È viva la Messa del sacerdote eremita come quella del parroco di città e non ha bisogno di essere ulteriormente animata, tanto meno da ridicoli e inopportuni siparietti, che non fanno che distrarre da ciò che sta realmente accadendo nella celebrazione. La S. Messa ha un valore proprio e infinito. Non deve essere piegata alle esigenze della Pastorale, piuttosto è vero il contrario: è la Pastorale che deve preparare le persone all’Eucarestia.

 

La varietà dei carismi e dei ministeri è un bene inestimabile, ma non è necessario che la Messa diventi la parata delle risorse parrocchiali. Il presbiterio non può diventare il palco delle rappresentanze; esso è il luogo del servizio del Signore. Egli solo deve risplendere in tutta la sua maestà e nessun’altra autorità può permettersi di adombrarne la presenza. Un tempo, il celebrante si girava verso l’assemblea per lo stretto necessario (saluti liturgici, predicazione e benedizioni). Oggi, invece, oltre al sacerdote compaiono anche altre figure, rivolte anch’esse per tutto il tempo verso i fedeli. Si tratta certamente di persone buone e disponibili, ma pur sempre esseri umani che vivono in questo mondo. Il presbiterio, purtroppo, è diventato in molti casi il palcoscenico delle apparenze, il luogo dove, volenti o nolenti, si insinua la vanagloria e l’istinto di accaparramento di onori e apprezzamenti. Comparire accanto all’altare per svolgere qualsiasi servizio al cospetto dell’assemblea (un tempo avremmo scritto al cospetto di Dio) equivale ad un certificato di garanzia. Non è raro imbattersi in persone che avendo fallito in altri ambiti della vita, trovano poi una nuova immagine di sé, semplicemente salendo i gradini del presbiterio per svolgere qualche servizio.  Per altri (o altre) il presbiterio è l’occasione per una passerella. È inutile farci illusioni, meglio essere prudenti. Il Vetus Ordo, perciò, raccomandava il decoro e la modestia nel vestire, riservava la navata ai laici e il presbiterio a ministri rivolti a Dio, il velo per le donne e niente copricapo per gli uomini, umiltà e rispetto verso Dio.

Con queste perplessità, ed altre che non sto ad elencare, quel pacchetto di teorie indiscutibili che mi venne consegnato solennemente al termine della mia formazione seminariale, rivelò ben presto i suoi limiti e le sue contraddizioni.

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