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  • roncagliaenrico58

IL CAMMINO DELLA CONSAPEVOLEZZA

Diffusa negli anni ’70, quando ero ancora adolescente, la Comunione sulla mano è cresciuta con me. Non c’era parrocchia, seminario o convento che non la adottasse di buon grado per favorire, si diceva, una maggiore confidenza con Dio. Faceva parte dell’ambiente in cui vivevo e non avvertivo nulla di strano in essa. Tuttavia, con il passare del tempo, non potevo fare a meno di notare una differenza sostanziale: quelli che la ricevevano sulla lingua manifestavano più devozione. Era un dato di fatto; il che, aldilà di tutti i discorsi, è ciò che più conta. La Comunione in piedi, invece, era stata introdotta diversi anni prima. La motivazione ufficiale faceva riferimento all’immagine biblica del popolo in cammino. Ma, anche in questo caso, bastava la semplice osservazione per capire che in ginocchio era tutta un’altra cosa.

A lungo andare, aumentavano le voci contrarie a queste novità. I laici più consapevoli cominciarono ad esprimere il loro disappunto, in vari modi, nei confronti di quella che ormai si stava rivelando come una deriva: altro che confidenza, qui ci si prendeva gioco dei Sacramenti.

All’inizio del nuovo millennio, accadde un fatto doloroso, che mi vide coinvolto, se non direttamente, almeno a livello emotivo. Alcuni, di mia conoscenza, procedendo in fila per ricevere la S. Comunione, presero l’abitudine di inginocchiarsi con le mani giunte per riceverla sulla lingua. Non si lasciavano intimidire dagli sguardi meravigliati e a volte sprezzanti dei presenti. Non era una provocazione la loro, ne ero sicuro; intendevano soltanto esprimere la giusta devozione a Gesù nell’Eucarestia. Mai e poi mai, avrebbero immaginato quale sarebbe stata la reazione di un sacerdote. Un giorno, uno di questi fedeli si vide negare la Comunione, se non si fosse immediatamente alzato in piedi; il sacerdote, tenendo con una mano la Pisside, con l’altra cercava di sollevarlo da terra.

Fatti come questo, oggi, sono frequenti e non ci stupiscono più, ma allora erano una novità, una novità che stava a indicare il superamento di un limite. La Comunione sulla mano e in piedi cessava di essere una raccomandazione; stava diventando un ordine da imporre con la forza.

Qual era, dunque, il vero volto della riforma, c’era da chiedersi, se un ministro di Dio, impugnando la Sacra Pisside, umiliava un fedele, per eccessiva devozione, esponendolo alla pubblica riprovazione? Nell’epoca in cui tutti, senza alcun discernimento – “Amoris Laetitia” era già largamente praticata almeno dagli anni ’80 - venivano invitati ad accedervi, solo i devoti ne erano esclusi?

Mi fidavo sempre meno delle spiegazioni preconfezionate ad uso dei pastori d’anime: era sufficiente osservare la realtà, per capire cosa stesse realmente accadendo. D'altronde, dalla mia avevo molti anni trascorsi nella pastorale “concreta”, per giunta in quelle “periferie” che molti sacerdoti avrebbero volentieri scansato, nelle realtà meno riconducibili alle analisi degli esperti e meno permeabili ai loro geniali protocolli. Anche nel periodo del monastero, passavo lunghe ore in confessionale. Perciò, chi meglio di me conosceva i frutti della riforma e sapeva smontare pezzo per pezzo la retorica smagliante degli slogan?

Aumentava l’indifferenza, quella sì, e già dilagava l’irriverenza. Le chiese erano sempre più sale di riunione, e come tali venivano ora costruite. Gli stessi banchi, concepiti come luoghi adatti al raccoglimento dei fedeli, assomigliavano né più né meno che a divani di un salotto allargato: le persone vi si lasciavano letteralmente cadere subito dopo l’ingresso. Tutti parlavano con tutti, di qualsiasi argomento e senza badare al volume della voce. Non c’era più soluzione di continuità tra la piazza e la chiesa, quest’ultima aveva il vantaggio di essere al coperto e di godere del fresco d’estate e del riscaldamento d’inverno.

Invano tentavo di rimettere ordine, per il rispetto dovuto al Signore presente nel Tabernacolo e per la partecipazione alla Liturgia. Proprio quella partecipazione, che avrebbe dovuto essere la cifra significativa della riforma, veniva ora fraintesa e ridotta a sinonimo di condivisione spontanea.

Alcuni laici ebbero l’ardire di contestarmi apertamente in pubblico, affermando che il Signore non disprezzava affatto le manifestazioni spontanee delle nostre assemblee e che il problema ero io e la mia intolleranza. Dove avevano appreso simili idee, non era difficile intuirlo. Ma quella presunzione e l’arroganza in quali luoghi ecclesiali avevano potuto crescere indisturbate? Io una mezza idea ce l’avevo.

La maggior parte dei fedeli si adeguava comodamente al nuovo clima festaiolo. I superiori erano troppo impegnati per occuparsi di amenità; eventualmente, sarebbero intervenuti per moderare il parroco troppo rigido, qualora li avesse raggiunti qualche lamentela.

L’utilizzo di Internet fu una vera provvidenza, l’occasione per ampliare la conoscenza della situazione reale della Chiesa. Anzitutto, mi resi conto di non essere l’unico sacerdote a riscontrare difficoltà con le riforme conciliari. Anzi, secondo quanto venivo a sapere, fin dagli anni Sessanta c’era stata una reazione da parte di sacerdoti legati alla tradizione su motivazioni fondate, e non semplicemente per nostalgia patologica, categoria nella quale si era soliti far entrare tutto il dissenso. Cercai di conoscere e approfondire le loro argomentazioni; conobbi le diverse correnti in cui i cosiddetti tradizionalisti si identificavano.

Tuttavia, ritenevo ancora che la Messa del Novus Ordo, se celebrata bene, seguendo le rubriche e non inventando a proprio capriccio, potesse aiutarmi ad esprimere il mio sacerdozio. Di conseguenza, il mio obiettivo, fino al 2016, era quello di ricavare il meglio possibile dalla celebrazione della nuova Messa.

Nel frattempo, la mia critica si approfondiva e si estendeva, fino a coinvolgere altri aspetti della vita ecclesiale, come ad esempio il settore della Catechesi, sul quale stavo acquisendo nuove interessanti consapevolezze.

Scoprivo sempre di più quanto fosse stata superficiale e di parte la formazione sacerdotale, appiattita agli anni del Concilio e del post Concilio, poche decine rispetto ai duemila della storia della Chiesa. Un’immagine distorta e filtrata ci era stata offerta in cambio di quella reale. In essa non avevano spazio i venti concili precedenti e, soprattutto, il silenzio era caduto sul Concilio di Trento, come se ci fosse un tacito divieto di nominarlo.

Anche la Storia della Chiesa, intesa come disciplina, veniva trascurata, ciò che è molto grave, perché l’ignoranza del passato rende le menti deboli riguardo al presente, e facilmente manipolabili. Tutto questo, però, non faceva che stimolare la mia curiosità, per conoscere fino in fondo quanto ci era stato negato.

Ma, era soprattutto l’idea stessa di sacerdozio che stava cambiando in me: da presidente di assemblea si avvicinava inesorabilmente al concetto tradizionale di mediatore tra Dio e gli uomini. Mancava solo un passaggio: la scoperta della Messa antica, dove avrei trovato una perfetta corrispondenza con i risultati della mia ricerca.

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